POETICA
POURSUITE, 2009
Presentazione di Olga Gambari.
Inseguimenti o poursuite
Alfredo Aceto insegue la vita, la osserva, la studia, la cataloga, la archivia. È la vita delle piccole cose che scorrono e scappano via che lo interessa, la vita di ciò che apparentemente non ha alcun motivo per essere guardato e ricordato. Invece è proprio in quel fuori campo negletto che si annidano rivelazioni e segreti, una zona d’ombra senza messa in scena dove l’esistenza non si deve mettere in costume o darsi diversa da quello che è. Non si aspetta di essere osservata e si mostra davvero, si dà semplicemente. Certo, bisogna saperla guardare, e questo è un dono che si possiede o non si possiede. Alfredo Aceto ce l’ha.
È attratto istintivamente da quelle tracce minime che la quotidianità lascia, scie senza importanza in cui le persone si incarnano nelle loro identità anonime, nomi e facce della folla. Bisogna avere pazienza, fare appostamenti, aspettare, registrare, prendere appunti. È un alfabeto di segni minimali e trascurabili, una sorta di sottotesto che contiene la chiave di lettura per ciò che sta più in alto, in quei reami illuminati dai riflettori.
Questo giovanissimo artista torinese si colloca in una tradizione che fa dell’inseguimento un metodo, da Sophie Calle a Vito Acconci, in un territorio a cavallo tra arte e vita.
Ci vuole lo sguardo di un artista e la sua rielaborazione dei dati per trasformare la vita in opera d’arte. Sono due dimensioni che all’orizzonte sovrappongono quasi perfettamente i loro profili. Come un investigatore implacabile Aceto si apposta e guarda, in una sorta di spionaggio esistenziale. Appunti, fotografie, schizzi. I suoi rilevamenti sono di natura razionale, utilizzano un linguaggio telegrafico e oggettivo. Ma ciò che emana dalle sue formalizzazioni possiede, in realtà, uno spirito molto diverso. Aceto rimescola la fotografia, la pittura e il disegno con componenti letterarie e poetiche, animando inventari secchi da cui poi, però, germinano sensazioni e suggestioni. Assomigliano a fragranze indefinite, che si alzano in volo verso lo spettatore, come riflessi di ciò che l’artista prova di fronte alla realtà che cataloga. Sembra di entrare in una spirale di ricordi e aperture, storie che cominciano a partire da quei dati, come se fossero cartelle che contengono tutta documentata la vita di ognuno di quegli individui sconosciuti a cui si riferiscono. Una sorta di archivio borghesiano, che parte da scarne informazioni per risalire a ritratti personali pieni di dettagli, narrativi, dove anche le sfumature, le manie, le particolarità sono registrate.
Ci sono giorni in cui Alfredo si mette in strada, in un punto, e prende nota delle targhe delle auto che passano, via via che le vetture vanno e vengono. Dietro a ogni algido codice di riconoscimento c’è una persona, una storia, un vissuto fatto di parole, vicende, colore dei capelli. Alfredo visualizza i suoi appostamenti stradali su carte, con al centro strisciate nere di varia materia e segno, dalla china all’acrilico alla vernice. A lato scrive le targhe, in una sorta di grafico verticale che sembra un albero genealogico, e in effetti lo è, perché è il diagramma della vita che nelle ore del suo appostamento è scorsa in quella via. Dei suoi appostamenti a Lille in Francia ricorda :“Rilevavo le targhe per impregnarmi di quelle vie. Non vi era un turista e cosi rilevando questi numeri mi sono accaparrato di quel quartiere.” Altri appostamenti li ha fatti rilevando cosa la gente di Lille buttava via il mercoledì sera. Oggetti di tutti i tipi, alcuni ancora utili, ma che in certe case non servivano più, erano diventate inutili.
Anche in questo caso, a saper guardare oltre il secco dato, si può leggere il ritratto al tempo stesso pubblico e intimo di una persona, di una famiglia. Sono i detriti, le sbavature senza senso che fanno filtrare la verità, quella che a volte sfugge dall’evidenza più ufficiale. Un’altra indagine Aceto l’ha svolta nella casa di una signora, nell’ottobre del 2008. Madame Celine Gerard era morta il giorno prima, viveva a Menton, all’indirizzo 31 Rue de la Cote. Altro non si sa. Poi però leggiamo un resoconto dell’artista stesso, dove racconta i passi fatti in casa di Madame Celine, gli oggetti e gli arredi incontrati. Un lavandino, il tavolo della cucina, il letto, il crocefisso al muro. E lì, da queste altre minime tracce, la sua vita viene fuori, come un romanzo. In qualche modo Alfredo è uno scrittore, che usa la penna sicuramente per rilevare i suoi dati, per raccogliere il suo materiale artistico. Poi lo compone e formalizza in vari modi, ma alla fine il risultato è una narrazione, sono racconti, poesie. In un altro lavoro l’artista ha pedinato un suo vicino di casa a Mouveaux nell’estate del 2008. “Davanti alla mia finestra della camera da letto, nella casa di fronte, viveva un signore che la mattina spiavo dall’interno di un’ automobile parcheggiata” dice.
Ne è nato un lavoro composto da sette trittici. Prima di tutto c’è lo scatto, una fotografia ogni mattina, quasi identiche per sette giorni. Una settimana di vita altrui e propria che si intersecano. Poi a fianco si apre un colore, una sfumatura in acrilico e pigmenti su una carta, per imprimere uno stato d’animo, contemporaneamente quello dell’osservato e quello dell’osservatore. Uno scambio osmotico di ruoli. E infine il terzo dettaglio, il menù che ogni giorno l’artista consumava nella casa dove era ospite. “Sabato 19 Luglio- Arrivo. Insalata verde, pollo arrosto, patatine fritte, acqua minerale. Tovaglia azzurra, piatti e bicchieri di ceramica neri, posate in argento. Tavolo preparato in giardino sotto un grande albero – CIELO SERENO” recita per il primo giorno. L’incipit. Il menù generale era stato consegnato dalla padrona di casa al suo giovane pensionante all’inizio della settimana di soggiorno, specificato giorno per giorno. Attraverso l’elencazione del cibo preparato e consumato quotidianamente, insieme alla descrizione del luogo dove è stato consumato, in giardino o in cucina, e a una nota sul tempo meteorologico, ci troviamo calati in un’intimità profonda.
Siamo completamente dentro al vissuto e allo sguardo soggettivo dell’artista, che osserva e pedina lo sconosciuto che abita di fronte. Alla fine anche noi lo stiamo spiando, siamo nell’abitacolo dell’automobile. In questo lavoro l’identità contaminata tra arte e vita è totale, uno scambio dove anche lo spettatore entra, e partecipa. L’artista si mette sulle tracce del reale, e noi, invece, sulle sue, in una circolarità di inseguimenti, dove il confine tra chi guarda e chi è osservato diventa permeabile. Si prende consapevolezza che la vita di ognuno di noi è un’opera d’arte unica e irripetibile e merita di essere notata e raccontata, oltre che vissuta. Comunque sia.
Olga Gambari
LULLABIES FOR OBSESSIONS
La minaccia all’identità personale rappresenta, drammaticamente, il confine ultimo della nuova frontiera tecnoelettronica; lo scambio fra l’interno e l’esterno corporeo viaggia sulle sottili linee entropiche della nuova forma di relazione, sempre più legata ad un continuum elettronico che non ad una fisicizzazione dei rapporti. Si vive e si ama in un mondo artificiale e l’immaginario finisce per essere sempre più una ipnotica ninnananna che scivola nelle ossessioni extracorporee. Sembra quasi che l’ossessivo mondo di Ballard di “The Atrocity Exhibition” diventi ogni giorno più reale erodendo la sottile barriera fra il paesaggio della natura, l’interno corporeo ed i media landscapes. C’è un passaggio da quel racconto del grande scrittore inglese che dice:” Dietro di sé sentiva l’urlo lamentoso delle sirene delle auto della polizia, icone neuroniche sulle autostrade spinali”. Il sistema nervoso dei protagonisti del racconto si esteriorizza, allora, rovesciandosi verso l’esterno invertendo la percezione dei mondi e dove gli elementi del paesaggio urbano finiscono per diventare elementi imperfetti del sistema nervoso centrale del corpo sociale. Il “varco”, come sosteneva il sociologo Toffler che apre le porte fra l’immagine ed il reale diventa, allora, troppo ampio all’estremo del quale esiste solo la psicosi e, quindi, la morte.
Alfredo Aceto è consapevole di vivere in un mondo dove l’uomo ha già esteso se stesso nel modello vivente del sistema nervoso centrale, dove l’immagine del paesaggio elettronico ci ingloba inghiottendoci in una “implosione concentrata”, come la chiamava Mc Luhan e come riprendeva Baudrillard. Ora Fabian Marti è per Alfredo Aceto nulla più che un media landscape, un paesaggio elettronico, un flusso informativo, una funzione logica che riparametra, attraverso l’ossessione della sua stessa esistenza, la percezione stessa dell’immaginario. Aceto non è Marti; è, piuttosto, l’immagine che lui stesso ha dell’artista svizzero (ma che nell’immaginazione dell’artista torinese vive su di un fiordo norvegese) proiettata sulla parete dell’immaginario.
Questa mostra del giovane artista torinese presenta l’ultimo lavoro che nasce da una ossessione e da una illusione: la vita e le opere, nell’immaginario di Alfredo Aceto, dell’artista svizzero Fabian Marti con cui il giovane artista torinese ha chattato su facebook non più di cinque minuti. Frutto di una ricerca sul web, tutte le immagini della mostra sono riconducibili a Fabian Marti anche se, spesso, lo sono in maniera indiretta. Il volto dell’artista svizzero è l’elemento di collegamento della entropica ricerca nella rete e fanno parte di un processo molto più complesso che è la ricostruzione della vita di Fabian Marti immaginata da Alfredo Aceto. Così come sono non reali le figurazioni tratte dalla vita di Marti che si intravedono nelle pupille dell’artista svizzero o le lettere scritte dalla macchina Comma 22 che Aceto pensa esista nella casa di legno di Marti che lui pensa in Norvegia. E’ una storia, una narrazione raccontata proiettando la personalità dell’”Altro” sulla propria parete dell’immaginario riducendo l’organico di Marti all’inorganico del sistema proiettivo di Aceto consentendogli di entrare in un mondo parallelo a quello del reale, quello, appunto della finzione; egli organizza le funzioni logiche derivate dal computer, uno mezzo di relazione con l’altro artista, secondo dei parametri assolutamente arbitrari e soggettivi; e, d’altra parte, non è esattamente quello che accade nel principio del terzo millennio nella ricostruzione e nella falsificazione delle vite e dei processi politico-storico- sociali? Non è più Marti, allora, il protagonista, è il processo stesso di manipolazione della realtà. Non abbiamo, allora, più diritti, allorché abbiamo consegnato i nostri sensi ed il nostro sistema nervoso a coloro che prendono in affitto i nostri occhi, le nostre orecchie ed in nostri nervi, per trarne profitto, come sostiene Antonio Caronia. Il nostro apparato mentale viene cullato dalle lullabies dei gestori dei mezzi medialici aprendoci le porte dell’ossessione del consumo informatico.
La relazione fra la vita reale, quella appunto di Marti, ed i frammenti che ad essa si associano allorché Alfredo Aceto digita il suo nome sui diversi motori di ricerca, traducono in arte quella che è la complessità del vivere contemporaneo laddove reale e virtuale si sovrappongono nel creare una realtà “altra”, ipercomplessa, frammentata e molto più legata alle rappresentazioni virtuali che alla realtà fisica stessa. Alfredo Aceto legge il mondo di Marti, i suoi sentimenti, le emozioni ma, anche, le immagini e gli scritti che si associano al suo nome per ricreare una personalità eventuale, un simulacro che appartiene ai mondi dell’alterità.
Le opere in mostra sono la sintesi della ricerca di Alfredo Aceto su ciò che ruota attorno alla personalità di Marti anche se, spesso, non appartengono assolutamente alla ricerca artistica dell’artista svizzero. Foto, disegni, scritti, immagini del web che fanno parte, quasi sempre, non della vita di Marti ma dell’immaginazione che Alfredo Aceto ha della sua vita e della sua personalità umana ed artistica. Sono link a lui collegati ma che, spesso, conducono su delle strade assolutamente diverse ed improbabili quasi come se Marti stesso fosse il pretesto per un iperlibro, un ipertesto che apre infinite possibilità.
Ciò che sorprende in questo lavoro di un artista così giovane è l’assoluta capacità di “leggere” la realtà contemporanea, la conoscenza sia istintuale che razionale dei meccanismi che regolano le relazioni fra gli esseri umani e le infinite possibilità che il mezzo elettronico apre. Un lavoro radicale che non accetta il compromesso dell’abbellimento estetico ma che, anzi, fa della sua immediata leggibilità concettuale uno dei punti più forti dell’opera. C’è un passaggio in uno scritto di Jean Baudrillard che, in qualche modo, è accostabile a questa mostra: “Se contro ogni evidenza gli uomini sognano macchine originali e geniali, è perché in fondo disperano della loro originalità o perché preferiscono privarsene e goderne tramite l’interposizione della macchina. Tuttavia queste macchine mostrano lo spettacolo del pensiero e gli uomini, utilizzandole, si dedicano allo spettacolo del pensiero piuttosto che al pensiero stesso”.
MASSIMO SGROI
Scritti personali
Durante il mese di ottobre 2008 ho avuto la possibilità di entrare in una villetta la cui proprietaria era deceduta il giorno che precedeva la mia visita. La casa sembrava un’illustrazione di quella che era la Francia degli anni settanta o ottanta. Mi sono trovato in un viaggio immaginario nell’altrui vita e la mia posizione diventava quella di un investigatore. Nella casa nulla era stato toccato né spostato e questo creava una vuoto assordante. Gli oggetti della signora mi permettevano di indagare sulla sua vita. Mi immaginavo una vita passata tra quei quattro muri, probabilmente un trasportarsi fra il divano e il letto e viceversa.
Mi interessava la casualità e la distanza da quella che è la mia vita, eppure c’era qualcosa di comune con me, con tutti noi. Non mi sentivo rattristato. Ho eseguito il mio lavoro come un commissario di polizia scatta le fotografie ai cadaveri per documentare un omicidio. Questo lavoro mi ha permesso di entrare nella vita dell’anziana signora pur non conoscendola e di apprezzare l’universalità della routine quotidiana. Il tavolo in formica, il copriletto, i santini. La dimensione religiosa è molto importante in questo come in altri miei lavori perché descrive la solitudine.
Davanti alla mia finestra della camera da letto, nella casa di fronte, viveva un signore che la mattina spiavo dall’interno di un’ automobile parcheggiata Rilevavo le targhe per impregnarmi di quelle vie. Non vi era un turista e cosi rilevando questi numeri mi sono accaparrato di quel quartiere. “Il mio desiderio è quello che la mia presenza non modifichi la scena in modo tale da annullare la mia presenza e diventare un rilevatore.”